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Mai ragionare troppo all’Ikea

Il nostro è un cervello ecologico che tende a risparmiare energia. E le scelte intuitive non solo costano meno di quelle razionali, ma ci sono situazioni, come l’acquisto di un’auto o una visita all’Ikea, in cui sono persino migliori. In un articolo pubblicato su Science (On Making the Right Choice: The Deliberation-Without-Attention Effect) Ap Dijksterhuis (direttore dell’Unconscious Lab) ha controllato sperimentalmente l’ipotesi – contraria al senso comune – per cui situazioni decisionali “complesse”, ovvero costituite da quantità maggiore di informazione, sono risolte in maniera migliore da processi cognitivi automatici e inconsci.

L’esperimento funziona più o meno così. Immaginate di dover scegliere un’auto (o qualsiasi altro prodotto) in base a un certo insieme di caratteristiche (marca, modello, motore, alimentazione, accelerazione, consumo, sicurezza, confort, bagagliaio, airbag, tettuccio, navigatore, hi-fi, eccetera). Quando la scelta riguarda quattro auto e poche e semplici variabili (fino a quattro), la decisione migliore sfocia invariabilmente da un processo cognitivo di tipo deliberato. Quando cioè alle persone è dato il tempo di riflettere tranquillamente qualche minuto scelgono invariabilmente la macchina migliore. 
Mentre a chi è artificialmente impedito di pensarci, perché distratto con la risoluzione di anagrammi, si orienta sulla macchina sbagliata. E fin qui, niente di nuovo: dopotutto ci hanno sempre ricordato di contare fino a dieci prima di dire o fare qualcosa.

Ma, attenzione: se ripetiamo l’esperimento aumentando il grado di conflitto decisionale, alzando cioè a dodici le caratteristiche rilevanti per ciascuna delle quattro auto (48 variabili in tutto), lo stesso processo di tipo riflessivo si trova in impasse sfociando nella scelta dell’auto migliore in meno del 25% dei casi. Peggio di quanto avrebbe fatto il puro caso. Chi sceglie correttamente la macchina migliore nella maggior parte dei casi? I “distratti”, cioè coloro la cui decisione è frutto di un processo di tipo intuitivo e «inconscio».

Nel suo How we decide Jonah Lehrer spiega che per fare la cosa giusta è necessario usare entrambe le parti della nostra mente: «Per troppo tempo abbiamo trattato la natura umana come se fosse una cosa o l’altra. Siamo razionali o irrazionali. Ci basiamo sulla statistica oppure ci affidiamo all’istinto. La logica apollinea contro le sensazioni dionisiache; l’io contro l’ego; il cervello rettile contro i lobi frontali. Queste dicotomie non sono solo false; sono distruttive».

Platone pensava che lo scopo della corteccia prefrontale fosse di metterci al riparo dalle nostre emozioni. Ma Platone non faceva esperimenti e meno che mai con la risonanza magnetica funzionale. Le recenti neuroscienze delle decisioni mostrano che la cognizione umana è il risultato sia di processi intuitivi sia di processi deliberati i quali, insieme, concorrono alla rappresentazione del mondo e al modo in cui interagiamo con esso. Se a prevalere sia una modalità o l’altra dipende dalla natura del problema, dal momento della giornata, dal nostro umore, dalle nostre competenze, dalle nostre esperienze, ecc. Vi sono anche casi in cui la cosa giusta è affidarsi alle nostre intuizioni perché sanno più di quanto sappiamo noi. Un aspetto da non trascurare alla prossima visita all’Ikea.

Come ha mostrato Ap Dijksterhius – non in laboratorio ma questa volta sul campo – più tempo le persone passano a vagliare deliberatamente i pro e i contro dell’acquisto di un divano (all’Ikea ne esistono più di trenta modelli), meno soddisfatti saranno della propria decisione. Meglio, in questi casi, scegliere per istinto (e lo stesso sembra valere per marmellate, vino, cereali, dentifricio ecc.). Allo stesso modo però sarebbe meglio non abbassare la guardia di fronte alle seduzioni dell’intuizione e quindi controllare sempre le risposte automatiche e viscerali che provengono dall’“inconscio cognitivo”. L’intuizione è nulla senza il controllo! Infatti neppure di questo importante alleato ci si può fidare.

Per come è emerso nel corso dell’evoluzione, il nostro cervello è simile all’ultimo «sistema operativo messo in commercio con troppa fretta», afflitto com’è dagli stessi problemi che caratterizzano ogni nuova tecnologia: «ha un sacco di difetti progettuali e un software pieno di bachi» (Lehrer).

Che fare? Semplice: esercitare gli usi della ragione, in particolare ciò che la rende unica, la sua capacità di meta-rappresentazione: il potere cioè di pensare se stessa.