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Politiche per promuovere la felicità nonostante la crisi

Quando la “ricchezza” dei Paesi occidentali continuava crescere e gli “standard di vita” a migliorare, i loro abitanti non erano comunque diventati più felici. Lo mostrano diverse rilevazioni fatte nei Paesi “ricchi” (quelli in cui il redito medio pro capite supera i 20.000 dollari; il discorso cambia naturalmente nei Paesi poveri, dove le persone vivono in stato d'indigenza). L’aumento del PIL registrato negli ultimi quarant’anni non è stato accompagnato da un aumento della felicità.

I fattori chiave che spiegano la differenza dei gradi di felicità percepita di un Paese rispetto a un altro, nonché la differenza nei rispettivi tassi di suicidio, li ha identificati con dovizia di dati empirici l’economista della London School of Economics e direttore del Centre for Economic Performance Richard Layard, e tra questi il reddito non figura: contano piuttosto la percentuale di persone che dicono che ci si può fidare dei propri simili, la percentuale di persone affiliate a organizzazioni sociali, il tasso di disoccupazione, il tasso di divorzio, la qualità del governo e la fede religiosa.

Ora che il PIL e i redditi non crescono più sembra alcuni leader politici, David Cameron in testa, abbiano cominciato a prendere sul serio l’”economia della felicità”. 

Il “National Well-Being Office”, costato 2 milioni di sterline, è solo un altro espediente politico per aumentare le possibilità di essere rieletti in un'epoca in cui l’economia dà poche soddisfazioni o un autentico tentativo di disegnare istituzioni a “misura della felicità”  dei cittadini?

 

  • Gabriele Giacomini |

    Ricorrere ad un “espediente” per essere rieletti e avanzare un tentativo “autentico” di disegnare migliori istituzioni, a mio parere, non sono per forza azioni in opposizione, non si escludono affatto.
    I due livelli, invece, a mio parere possono progredire soprattutto in parallelo. In una epoca di suffragio universale come è la nostra, sarebbe ingenuo credere che i politici non pensino al modo di essere eletti o rieletti. Sono tenuti a farlo: tecnicamente, non significa altro che ottenere le fiducia dei cittadini. Solo l’interesse particolare e contingente di essere eletti o confermati come rappresentati della collettività può permettere di governare, e a sua volta l’azione di governo non può che essere finalizzata all’obiettivo di essere apprezzati dalla cittadinanza e quindi di essere scelti o confermati come rappresentanti della comunità.
    La possibilità di adottare misure di governo innovative ed incisive, quindi, mi sembra massima quando questo “circolo” si rafforza, ovvero quando è presente sia l’interesse particolare del politico per la propria elezione o rielezione, sia quando sono presenti motivazioni che rispondono alla “vocazione” politica di migliorare la società in cui si vive.
    Per questo motivo, temo possa essere fuorviante impostare il problema ponendo due alternative: “espediente o tentativo autentico?”. Credo che questa possa essere un’impostazione migliore: posto che la promozione della felicità sia un modo per rispondere ai bisogni della collettività (il che non è affatto scontato), ora il progetto ha più chances di vedere la luce perché, in un periodo in cui l’economia da scarsa soddisfazione ai politici, la misura della felicità può diventare sempre più “un buon affare” in termini di consenso.

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