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The times they are a changin’

Anni fa, in pieno '68, Paul Feyerabend argomentava dall'università di Berkeley che mettere a tacere punti di vista differenti da quelli dominanti significa rapinare il genere umano della possibilità di avvicinarsi alla verità. Per questo la scienza andrebbe organizzata per generare continuamente delle alternative, dare forza alle anomalie e stimolare la controversia. Lui lo chiama principio di proliferazione: “Inventa ed elabora teorie in contraddizione con il punto di vista dominante, anche se questo è generalmente accettato e ben confermato”.  

Non c’è niente da temere dalla competizione delle idee, quello che ci deve fare paura sono il conformismo e la stagnazione. Non solo la scienza andrebbe organizzata in questo modo, ma anche le istituzioni che la ospitano – e come noto, per Feyerabend, la società intera. È bello che oggi sia un gruppo di studenti di Harvard a ricordarcelo. 

 Berkeley, 18 novembre 1968

Così Paul Feyerabend al sua amico e filosofo della scienza Imre Lakatos:

 Caro Imre,

 Gli studenti agiscono spesso in modo stupido, ma lo fanno di fronte a un problema che gli adulti non vedono neppure e pertanto non affrontano, neanche in modo stupido.

E pochi mesi dopo, sempre in una lettera, questa volta indirizzata al direttore del suo dipartimento:

 Il vostro atteggiamento prevalente è di considerarvi dei filosofi, mentre gli studenti non lo sono, essi infatti ancora non conoscono quei trucchi favolosi che voi invece padroneggiate con consumata abilità. Per voi gli studenti sono pigri, stupidi, non hanno voglia di imparare, e quindi bisogna insegnar loro a imitare i vostri trucchi perché in futuro possano forse, a loro volta, essere in grado di diventare degli insegnanti, modificando i trucchi un po' qui e un po' là (e ciò viene chiamato "ricerca originale"), restando ugualmente inflessibili nella diffusione del loro sapere (e ciò viene chiamato "coscienza professionale"). Mi dispiace, ma considero il mio compito sotto una luce completamente diversa. Vedo di fronte a me dei giovani, in grado di fare grandi scoperte, in grado di mostrare a noi dove noi abbiamo sbagliato, la cui individualità è stata quasi cancellata da un sistema di educazione folle e competitivo, che sono quasi diventati delle macchine da voti, la cui curiosità iniziale è stata in gran parte sostituita dalla paura e dal bisogno di accondiscendere ma che, forse, possono ancora scoprire che cosa è rimasto delle loro qualità e farne buon uso. (da Sull’orlo della scienza, Cortina, Milano 1995)

 Harvard 2 novembre 2011

Forse i tempi stanno proprio cambiando. Gli studenti di economia di Harvard hanno denunciato il dogmatismo delle teorie economiche che sono loro insegnate (al primo anno di studi, Ec10) in una lettera aperta a uno dei più influenti tra i loro docenti, il Prof. Greg Mankiw. Mankiw ha scritto un paio di manuali su cui si sono formate intere generazioni (chi scrive si è sorbito i suoi Principles of Macroeconomics da studente alla London School of Economics), è stato consigliere economico per l’amministrazione di George Bush, ed è oggi al servizio dello sfidante repubblicano Mitt Romney. Il suo corso è frequentato da oltre 700 matricole ogni anno. Ma ora queste stesse matricole hanno detto pubblicamente basta all’indottrinamento: “Riteniamo che il corso esponga una specifica e limitata visione della teoria economica – si legge nella lettera aperta –…non c’è alcuna giustificazione nel presentare la teoria di Adam Smith come più fondamentale di quella, poniamo, di Keynes. … lo studio dell’economia dovrebbe legittimamente includere una discussione critica sia dei benefici sia delle falle dei diversi, semplicistici, modelli economici. … ma nella nostra classe abbiamo pochissimo accesso a differenti approcci economici. L’attenzione nel presentare una prospettiva non pregiudiziale (unbiased) è ancora più importante in un corso introduttivo”.

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 La rivendicazione di un approccio meno paradigmatico è di per sé lungimirante, oltre che ovviamente condivisibile; ma trovo l’appello al pluralismo da parte degli studenti ancora più pregnante per i motivi che lo ispirano: il punto di vista che ci viene insegnato, si legge ancora, “perpetua sistemi inefficienti e problematici di economia dell’ineguaglianza nella nostra società di oggi”. Tanto più che “gli studenti di Harvard giocano un ruolo centrale nelle istituzioni finanziarie e nell’indirizzare la politica economica in giro per il mondo”.

  • Leonardo |

    Mentre gli studenti di Harvard si occupano – piuttosto tardivamente, a dire il vero – di aiutare i propri professori a pensare meglio, noi ci sforziamo – senza molto successo, ma da parecchio tempo – di evitare, una buona volta, che “gli studenti di Harvard giochino un ruolo centrale nelle istituzioni finanziarie e nell’indirizzare la politica economica in giro per il mondo”.

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