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Sentenza dell’Aquila: la trappola del senno di poi è scattata di nuovo

Ha destato giustamente scandalo presso la comunità scientifica internazionale la sentenza del Tribunale dell'Aquila, che ha condannato i membri della commissione Grandi Rischi che parteciparono alla riunione del 31 marzo 2009 sugli eventi sismici nella città. “Sentenza assurda e pericolosa” – è stato detto. Eppure così umana … troppo umana: “fu fatta una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace” è stata la conclusione del giudice. Una conclusione a mio avviso "distorta"; frutto cioè di un meccanismo mentale  ben documentato dagli scienziati cognitivi che studiano il giudizio e la decisione umana in condizioni d’ incertezza. La trappola – tutta mentale – in cui è cascato Gup del Tribunale dell'Aquila è quella del “senno di poi” (hindsight bias): un fatalismo riguardo al passato che è il frutto inconsapevole e fuorviante di uno sguardo all’indietro, per cui, dopo che un determinato evento si è verificato, questo ci appare più probabile di quanto prima pensavamo che fosse. Con una battuta di Mark Twain: “nella vita reale la cosa giusta non accade mai nel posto giusto nel momento giusto; è compito dello storico rimediarvi”. La nostra mente procede proprio come uno storico zelante, mette in riga i fatti, li ordina in una concatenazione di cause ed effetti che ci appare inconfutabile e necessaria.

Una “distorsione restrospettiva del giudizio” messa in luce da Baruch Fischhoff della Carnegie Mellon University in una serie di ingegnosi esperimenti; ma di cui in Italia chiunque può trovare un’altrettanto ingegnosa testimonianza al bar ogni lunedì mattina. La trappola del “senno di poi” funziona proprio come i commissari tecnici del giorno dopo: il solo fatto di sapere a posteriori l’esito della partita, ci induce a ritenere sistematicamente più probabile quell’esito alla luce dei fatti che erano disponibili fin dal principio. Retrospettivamente, percepiamo una logica degli eventi che li dispiega in maniera lineare secondo uno schema riconoscibile caratterizzato da una presunta necessità interna. Al punto che abbiamo l’impressione che le cose non sarebbero potute andare altrimenti.

 

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ESPERIMENTO I

 Fischhoff preparò alcuni brevi reportage su un evento storico di proposito non memorabile: la guerra che l’esercito della Compagnia Britannica delle Indie Orientali condusse nel 1814 nella valle del Gorkha contro le popolazioni del Nepal. Ai soggetti che parteciparono all’esperimento, suddivisi in cinque gruppi composti da venti persone ciascuno, era richiesto di leggere il reportage sulle circostanze che portarono al conflitto, quindi di considerare attentamente quattro scenari possibili: A. Vittoria finale britannica; B. Vittoria dei nepalesi; C. Impasse militare senza trattato di pace; D. Impasse militare seguita da un trattato di pace. Ciascun gruppo doveva quindi valutare, basandosi esclusivamente sulle informazioni contenute nel reportage, quale fosse la probabilità dei quattro esiti possibili. I reportage distribuiti avevano però una differenza cruciale: a un gruppo venne dato un dossier che non conteneva alcuna informazione su come la guerra andò a finire, mentre il dossier di ciascuno degli altri quattro gruppi ne rivelava l’esito. Tale esito, però, era diverso per ciascun gruppo: ai soggetti del secondo gruppo fu suggerito che la guerra si concluse con la vittoria britannica, a quelli del terzo che furono i gorkha a vincere; al quarto che la guerra finì in un nulla di fatto; al quinto che, dopo un momento di impasse, britannici e nepalesi firmarono un trattato di pace. Chi conosceva l’esito della guerra, o che almeno supponeva di conoscerlo, si trovava nella scomoda posizione di un qualsiasi commissario del governo degli Stati Uniti incaricato di valutare “obiettivamente” l’operato della CIA il 12 settembre 2001, il giorno dopo il crollo delle Torri Gemelle. Compito arduo, per la verità forse addirittura impossibile per chi avrebbe dovuto cancellare dalla mente ricordi densi d’emozione: almeno per il tempo necessario di stimare la probabilità – prima dell’evento – che una mattina di settembre diciannove persone dirottassero quattro aerei di linea nei cieli americani per sferrare nel cuore di New York e di Washington il più sensazionale attacco terroristico della storia dell’umanità. Formulare un simile giudizio è difficile e i risultati dell’esperimento di Fischhoff lo certificano. Il gruppo che non fu informato dell’esito della guerra giudicò del 33,8 per cento la probabilità dell’esito A, la vittoria britannica. Ma bastò che ai soggetti fosse detto che l’esito A era quello realmente accaduto perché la stima della possibilità che gli inglesi avessero prevalso salisse al 57,2 per cento. Come dire: date quelle circostanze, era quasi inevitabile che finisse così. Più in generale, le persone cui furono svelate le modalità con cui si concluse la guerra sopravvalutarono la percentuale di quell’esito specifico. Così, per esempio, chi sapeva che la vittoria fu conquistata dai gorkha stimò del 38,4 per cento la probabilità dello scenario B, cioè proprio quello della vittoria dei gorkha, contro il 21,3 per cento dei soggetti del primo gruppo, quello cioè all’oscuro del risultato. Così sistematicamente per tutti i gruppi. (Per la cronaca: dopo un momento di impasse la guerra tra nepalesi del Gorkha e inglesi si concluse con un trattato). 

 

 Così, a posteriori, anche quello dell’11 settembre a New York ci può apparire un disastro annunciato. Semplicemente, guardando indietro, gli eventi passati non possono che apparirci molto più prevedibili di quanto non siano mai stati prima che si consumassero. Presi dall’emotività è facile vestire i panni del “profeta del giorno dopo” e giudicare il passato dalla privilegiata posizione del presente. Il ritornello “L’ho sempre saputo. Era facile prevedere come sarebbe andata…” ricorre frequente al bar sotto casa, in ufficio, al telegiornale della sera, e, come si è potuto constatare in grande stile, i tribunali non fanno eccezione. Si pensi alla differenza che può fare la trappola del senno di poi in un processo per l’attribuzione di una colpa, per esempio nel caso di un incidente occorso per una presunta negligenza. Chi è responsabile di un disastro del genere? Chi lo avrebbe dovuto prevedere? E chi deve risarcire i danni?

Anche negli ospedali, accompagnata da senso d’angoscia, rabbia e impotenza, risuona spesso la domanda: “ma come hanno fatto a non vederlo?”; rivolta evidentemente dal paziente e dai suoi familiari in modo accusatorio a quei medici responsabili di non aver saputo anticipare quanto ora, a cose fatte, e guardandosi all’indiet
ro, agli occhi di tutti appare come un errore evitabile. Dopotutto le cause contro i medici sono quasi sempre inoltrate dopo un evento, non durante. Il meccanismo per cui scatta la trappola è sempre lo stesso: il solo fatto di sapere a posteriori quale fosse la diagnosi corretta, ci induce a ritenere sistematicamente più probabile quella diagnosi alla luce dei dati clinici che erano disponibili fin dal principio.

 

ESPERIMENTO II

 Chi ne dubitasse si lascerà forse convincere dai dati raccolti su 160 partecipanti alle conferenze clinicopatologiche tenutesi presso il Cleveland Metropolitan General Hospital. Divisi in due gruppi, una parte di loro valutava la probabilità delle principali alternative di diagnosi prima che la diagnosi corretta venisse comunicata; con il risultato che solo nel 30 per cento dei casi questa era classificata come la più probabile. Un secondo gruppo svolgeva lo stesso compito, ma dopo che la diagnosi corretta era stata comunicata. Questa volta il 50 per cento di loro era pronto a dichiarare che quella fosse la più probabile alla luce del quadro clinico inizialmente a disposizione.

E' stato inoltre documentato che uno sguardo retrospettivo può avere un’influenza fuorviante non solo per come valutiamo giudizi e diagnosi, ma anche per come valutiamo la qualità stessa delle decisioni prese. Restiamo in ambito medico e consideriamo due casi di una stessa operazione chirurgica (come un taglio cesareo) nei quali viene effettuato un certo intervento anestesiologico (per esempio, l’anestesia spinale). Assumiamo che i due casi siano fra loro identici (condizioni cliniche della paziente, tipo di intervento praticato, dosi impiegate ecc.), tranne che per un aspetto: in un caso si verifica una complicazione che produce un esito clinico avverso temporaneo (per esempio un arresto cardiaco durante l’operazione, a seguito del quale la madre e il neonato si riprendono pienamente); nell’altro caso, invece, lo stesso tipo di complicazione produce un esito clinico avverso permanente (per esempio, l’arresto cardiaco causa la morte della partoriente e danni cerebrali al neonato). Un gruppo di ricercatori del Virginia Mason Medical Center e della Facoltà di Medicina dell’Università di Washington ha sottoposto centododici anestesisti a ventuno coppie di simili casi reali. Ne hanno ricavato che il senno di poi distorce significativamente la valutazione dell’appropriatezza di una specifica decisione clinica: in ben quindici delle ventuno coppie dei casi considerati, la valutazione era prevalentemente positiva (“intervento appropriato”) in presenza di un danno temporaneo, e prevalentemente negativa (“intervento inappropriato”) in presenza di un danno permanente: a dispetto del fatto che, come abbiamo detto, i due casi fossero identici tranne che per l’estensione del danno procurato. Un danno permanente rende pertanto il giudizio a posteriori molto più severo del giudizio basato sugli stessi elementi qualora l’esito dell’intervento si sia rivelato meno grave. 

 

Si noti infine che il modo in cui la trappola del senno di poi può indebolire la nostra capacità di imparare dall’esperienza è pernicioso: può alimentare un’immotivata fiducia in noi stessi (“ho sempre saputo che sarebbe finita così”); indurci a mortificarci per errori in realtà imprevedibili e inevitabili (“avrei dovuto sapere che sarebbe finita così”); o renderci facile bersaglio delle critiche altrui (“te l’avevo detto che sarebbe finita così”).

 Che fare, dunque? Un antidoto potrebbe essere quello di soffermarsi esplicitamente sui motivi per cui le cose sarebbero potute andare diversamente.  Togliere cioè pregnanza ai giudizi distorti dalla conoscenza dei risultati, per restaurare fino dove è possibile l’iniziale situazione di genuina incertezza, così da farci “sorprendere” anche dal passato.

È questa la ricetta che offre, su larga scala, il filosofo della scienza Thomas Kuhn. La dimensione che interessa a Kuhn è nientemeno che quella della critica e della crescita della conoscenza scientifica nel suo complesso, ma la trappola è tale e quale. Con le sue parole:


“I manuali scientifici (e molte vecchie storie della scienza) fanno riferimento soltanto a quella parte della ricerca svolta dagli scienziati del passato che può essere considerata un contributo alla formulazione e alla soluzione dei problemi del paradigma accettato dai manuali stessi. […] Non fa meraviglia che i manuali e la tradizione storica che essi implicano debbano essere rielaborati dopo ogni rivoluzione scientifica. E non fa meraviglia che, dopo che la rielaborazione è stata fatta, la scienza finisce col sembrare largamente cumulativa. Gli scienziati non sono evidentemente l’unico gruppo che tende a vedere lo sviluppo della propria disciplina come un progresso lineare verso il suo stato presente. La tentazione di riscrivere la storia all’indietro è presente ovunque e non muore mai” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, p. 169)


“Chi controlla il passato controlla il futuro” – recita lo slogan del Grande fratello che domina il 1984 di George Orwell – e “chi controlla il presente controlla il passato”. A quanto pare ciò vale per gli Stati, per la scienza, per i tribunali e ovviamente per la mente umana.

 

(da Trappole mentali, Rizzoli 2008)