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Medicinali per la democrazia

Come possiamo accertarci che determinati interventi di politica pubblica sortiscano gli effetti desiderati? Come facciamo a sapere se una “spinta gentile” funziona? Cosa ci assicura che quell’architettura della scelta sia efficace?

Ecco un progetto tutto nuovo: la psicoeconomia come guida per formulare ipotesi d’intervento di buon governo e l’evidenza sul campo come controllo. Semplice e rivoluzionario al tempo stesso. Questa la ricetta per realizzarlo: primo, fare leva sui processi cognitivi che presiedono alle scelte e alle decisioni del cittadino. Secondo, controllare che gli interventi che ipotizziamo essere incisivi, calati nel mondo, sortiscano l’effetto desideratoTerzo, in caso affermativo, tradurli in pratica tramite opportuni provvedimenti legislativi.

Dopotutto, chi si sentirebbe tranquillo a prendere una medicina la cui utilità non sia stata rigorosamente provata? Perché dovremmo pensarla in modo diverso rispetto alle politiche pubbliche? Anche quelle influenzano il benessere di milioni di persone e, proprio come per la ricerca clinica e farmaceutica, occorre verificare nei fatti la validità dei tipi di «trattamento» possibili. Il prodotto di questa ricerca applicata saranno politiche basate sull’evidenza e non sulla convenienza di qualcuno. Una metodologia che se adottata per interventi di politica pubblica ha anche il grande pregio di avvicinare sempre più la «triste scienza» – così ci si riferisce abitualmente all’economia come disciplina che studia l’allocazione di risorse scarse – alle altre scienze «che funzionano». E che consente di sottrarre la fase d’ideazione, implementazione e valutazione di tali interventi a un dibattito politico che, non solo in Italia, è troppo spesso ideologico, se non demagogico, e pertanto viziato da criteri e considerazioni che con l’efficacia poco o nulla hanno a che fare. «Prescrizioni di medicinali per la democrazia» li ha definiti Heather Smith, presidente di Rock, un’influente associazione indipendente americana di mobilitazione politica con la missione di dare rappresentanza politica alle nuove generazioni. La definizione è calzante, e non si può negare che di medicinali la nostra democrazia abbia un certo bisogno. Vero, sperimentare costa; ma a quanto può costarci continuare a non farlo?

charliebrownBURIncisività politica e crescita economica sono legate: la qualità e l’efficacia delle politiche pubbliche sono la chiave della competitività dei Paesi e della loro capacità di attrarre investimenti. In Italia possiamo dire che il contesto regolamentare in cui si muovono i cittadini, le imprese, gli investitori e la stessa pubblica amministrazione non è l’ideale per favorire flessibilità, competitività e rapidità. Tutti se ne lamentano. Ma quando si cerca di cambiare le cose, lo si fa sulla base di preconcetti, ipotesi o, nel migliore dei casi, di dati parziali. Perché a nessuno viene in mente di commissionare studi volti a determinare quale sarà l’esito dell’uno o dell’altro intervento? Si tratti di responsabilizzare rispetto ai beni comuni, ridurre il consumo energetico, pagare le tasse, oppure di prevenire comportamenti contro il proprio interesse personale, come mangiare troppo, fumare, eccedere con gli alcolici o giocare d’azzardo, la chiave del successo di ogni iniziativa di policy è prevedere correttamente il comportamento degli individui.

In fondo, anche Charlie Brown è un esperto di aquiloni, capace di ragguagliare Lucy per ore sulle dimensioni della vela, sul peso ideale della struttura di legno… «Sai un sacco di cose sugli aquiloni, Charlie Brown» commenta Lucy. E alla risposta di lui: «Sì, direi proprio di sì», lei replica: «Allora perché il tuo aquilone è finito nel tombino?». Per evitare che il nostro aquilone finisca nel tombino, non resta che andare a controllare la validità delle nostre intuizioni teoriche là fuori, nel mondo reale. Il che vale anche per Lucy: potrà darci anche i migliori consigli da dietro il suo banco di «Psychiatric help», ma solo la vita vissuta ci dirà se valgono quei 5 cents.

 

  • RoGi Martino |

    Per coerenza, per evitare la trappola mentale del “sennò di poi”, la battuta finale che Lucy avrebbe dovuto dire è “allora perché non hai previsto che il tuo aquilone sarebbe finito nel tombino?”.

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