Non è un gran momento per gli economisti. Non godono di buona stampa. Anche Papa Benedetto XVI pochi mesi fa si era lasciato andare (immagino non intenzionalmente) a una mezza battuta, quando aveva invitato "a seguire solo Dio senza affidarsi alle previsioni di maghi o economisti".
Come è noto, e questa è una battuta intera, "l’unico pregio delle decisioni economiche è di fare apparire scientifica anche l’astrologia". Se proprio dobbiamo trovare qualcosa di positivo nell’attuale crisi è che essa ha messo in discussione non soltanto il sistema economico e finanziario internazionale ma anche la teoria su cui un tale sistema si fonda. La crisi rivendica infatti la necessità di andare oltre i paradigmi consolidati e aprire le scienze economiche e sociali a nuovi metodi di indagine e a nuove ipotesi esplicative. Qui il problema, per essere onesti, non è che gli economisti non abbiano saputo prevedere la crisi (chi avrebbe potuto?), ma che a distanza di due anni ancora non sappiano trovare soluzioni per venirne fuori.
Paul Krugman lo ha scritto a chiare lettere sulle pagine del New York Times: "questa crisi era per gli economisti l’occasione di giustificare la loro ragione di essere, per noi scribacchini accademici era il momento di mostrare cosa sanno fare i nostri modelli e le nostre analisi". Un fallimento. Solo oscurità. Il "Medio Evo della marcoeconomia" – per usare le sue parole. Senza futuro, perché chiusi nella loro ortodossia e impermeabili a nuovi approcci; e pure senza passato, perché ignorano la lezione dei classici. (L’articolo How Did Economists Get it so Wrong è veramente Krugman al meglio di sé: lucido, corrosivo, e caustico. Ma non perdetevi neppure la replica stizzita di John H. Cochrane How did Paul Krugman get it so Wrong?. Prese insieme si ergono a paradigma del dibattito accademico fatto di personalismi e ideologia. L’età dei lumi è là da venire. La “triste scienza” è sempre più tale).
Ma come si è arrivati a ciò? Krugman dice di non avere una risposta, lui è un economista e "qui sembra ci sia bisogno di un sociologo". In realtà il problema è epistemologico. Come ho scritto sul Corsera: gli economisti avrebbero deragliato per aver scambiato la bellezza, il rigore formale e eleganza matematica per verità; sedotti dalla visione di mercati perfetti, e insieme dalla grande eleganza e unità formale della teoria che li "spiega". … Ma anche le migliori ipotesi scientifiche forniscono predizioni accurate soltanto in contesti determinati, in condizioni privilegiate, sotto idealizzazioni plausibili, e grazie a un duro lavoro sperimentale che spesso impone dei correttivi ad hoc.
Ansiosi di vedere riconosciuta la propria "scientificità", gli economisti hanno matematizzato rapidamente il proprio linguaggio, ma dimenticando che il rigore formale conta poco o nulla se divaricato dalla realtà…. L’analisi teorica gode in economia di un prestigio sproporzionato che non trova riscontro in nessun altro ambito di ricerca scientifica avanzata. La scienza non può limitarsi a una elegante "rappresentazione" della natura, deve essere anche in grado di intervenire su di essa. (Representing and Intervening di Ian Hacking lo illustra questo punto magnificamente) Di fronte alla natura occorre imparare a "torcere la coda al leone", affermava Francesco Bacone, che di metodo sperimentale se ne intendeva.È auspicabile che gli economisti riescano presto a riequilibrare il rapporto tra teoria ed evidenza, e a "torcere la coda" alla crisi.
Riguardo a Krugman lascio l’ultima parola a questa canzone:… we need you on the front line not just writing for the NYT …
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Commenti
Fabio Cerina 11/nov/2011 18:47:44
Fulvio Mastrogiovanni 11/nov/2011 19:01:32
MM 11/nov/2011 19:14:07
Nicola Fusco 22/nov/2011 10:32:51
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