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Economisti in cerca di ispirazione: conoscere il cervello per uscire dalla crisi

E' uscito il mio nuovo e primo E-Book, parla di ciò di cui ho spesso trattato in questo Blog.  Ecco le prime pagine.

La crisi: un esperimento a cielo aperto

 Vorrei parlarvi del futuro. Del futuro della scienza economica.Una disciplina che, nonostante tutto, credo possa aiutarci a vivere in un mondo migliore.

Non è una presa di posizione facile di questi tempi. L’economia non gode di buona stampa e, in parte, penso giustamente. Ma per parlare del futuro occorre riflettere sul presente. Il presente è una crisi economica con pochi precedenti, che ha messo in discussione il sistema finanziario internazionale e molte delle teorie su cui questo sistema si reggeva. Ingegneri finanziari e analisti quantitativi, i cui algoritmi hanno dominato le contrattazioni di Wall Street, negli ultimi anni hanno visto quegli stessi algoritmi fallire miseramente.

Eppure se vogliamo cercare l'aspetto positivo, potremo guardare alla crisi come a un grandioso, per quanto drammatico e doloroso, esperimento a cielo aperto. Non in vitro, in laboratorio, ma in vivo. Per quanto ci tocchi da vicino, la crisi è un’importante opportunità di imparare qualcosa di nuovo.Questo “esperimento” su larga scala ci ha messo di fronte alla realtà: una cosa sono i castelli in aria della teoria economica e un’altra l’economia reale. E ci dà l’impressione che i suddetti castelli teorici abbiano qualcosa in comune con le malattie mentali, almeno sotto un aspetto: come queste ultime, allontanano sempre più il malato dal mondo che lo circonda.

La sfida che si pone pertanto è: come riportare questi modelli a terra? Come elaborare una teoria economica più efficace per i problemi di questo mondo? È possibile un’economia meno distaccata dai problemi reali e meno separata dalle altre scienze dell’uomo, e quindi più vicina, “umana” e “terrena”?

 Papa Ratzinger, Keynes e il divino Otelma

Normalmente la più prestigiosa delle riviste scientifiche ha cose ben più importanti di cui occuparsi che della “triste scienza”, come viene spesso chiamata l’economia. Ma evidentemente non nel bel mezzo di una crisi economica epocale. Il 12 dicembre 2008, Science intitolava una sezione di approfondimento, Crazy Money, e sfidava gli economisti di professione a rendere conto dell’assunzione (epistemologica) centrale dell’economia neoclassica. Ovvero: “Se gli esseri umani non sono razionali come mostra l’attuale crisi, perché le teorie finanziarie dovrebbero assumere che lo siano?”.

 Anche il papa solitamente ha cose più elevate di cui occuparsi, ma Benedetto XVI non ha potuto esimersi dall’intervenire sulla questione del valore dell’economia, rivolgendosi così ai suoi fedeli:  “Affidatevi a Dio e non a previsioni di maghi o economisti” (4.1.2010). Un’esortazione che dato l’abbinamento un po’ bizzarro delle due categorie somiglia a una battuta, anche se probabilmente involontaria. In quanto ad affidabilità nelle loro previsioni, dunque, Milton Friedman e John Maynard Keynes sarebbero pari al divino Otelma? La dignità epistemologica della “triste scienza” ridotta al rango di un oroscopo? Magari senza saperlo, il papa non è stato il primo, però, dato che la battuta ricorrente che circola riguardo all’economia come scienza suona così: “L’unico pregio delle previsioni economiche è di fare apparire rispettabile anche l’astrologia”.)

Scribacchini accademici, presidenti di Banche centrali, e studenti di Harvard

Ma l’economia non gode grande considerazione neppure tra i suoi rappresentanti più illustri. Paul Krugman, Nobel nel 2008, Professore a Princeton e caustica penna del  New York Times, non le manda a dire: “Questa crisi era per gli economisti l’occasione di giustificare la loro ragione di essere, per noi scribacchini accademici era il momento di mostrare cosa sanno fare i nostri modelli e le nostre analisi”.

Un fallimento. Solo oscurità.

“Il Medio Evo della macroeconomia. Senza futuro, perché chiusi nella loro ortodossia e impermeabili a nuovi approcci; e pure senza passato, perché ignorano la lezione dei classici.”

Partendo dalla crisi, si rivendica dunque la necessità di andare oltre i paradigmi consolidati e aprire le scienze economiche e sociali a nuovi metodi di indagine e a nuove ipotesi esplicative. Il problema, a essere onesti,  non è infatti tanto che gli economisti non abbiano saputo prevedere la crisi, quanto che a distanza di due anni ancora non sappiano trovare soluzioni per venirne fuori.

Come si è arrivati a ciò?

Gli economisti avrebbero deragliato per aver scambiato la bellezza, il rigore formale, e l’eleganza matematica per la “verità”, sedotti dalla visione di mercati perfetti, e insieme dalla grande eleganza e unità formale della teoria che li “spiega”. Ansiosi di vedere riconosciuta la propria “scientificità”, hanno matematizzato rapidamente il proprio linguaggio, ma hanno dimenticato che il rigore formale conta poco o nulla se divaricato dalla realtà.  Anche le migliori ipotesi scientifiche, dopotutto, forniscono predizioni accurate soltanto in contesti determinati, in condizioni privilegiate, sotto idealizzazioni plausibili, e grazie a un duro lavoro sperimentale che spesso impone dei correttivi ad hoc.

Forse però i tempi stanno proprio per cambiare. Gli studenti di Economia di Harvard hanno denunciato il dogmatismo delle teorie economiche che apprendono all’università in una lettera aperta a uno dei più influenti tra i loro docenti, il Prof Greg Mankiw. Mankiw ha scritto un paio manuali su cui si sono formate intere generazioni (chi scrive si è sorbito i suoi Principles of Macroeconomics da studente alla London School of Economics), è stato consigliere economico per l’amministrazione di George Bush. Il suo corso è frequentato da oltre 700 matricole ogni anno. Ma ora queste stesse matricole hanno detto pubblicamente basta all’indottrinamento: “Riteniamo che il corso esponga una specifica e limitata visione della teoria economica”, si legge nella lettera aperta: “Non c’è nessuna giustificazione nel presentare la teoria di Adam Smith come più fondamentale di quella, poniamo, di Keynes… Lo studio dell’economia dovrebbe legittimamente includere una discussione critica sia dei benefici sia delle falle dei diversi, semplicistici, modelli economici… Ma nella nostra classe abbiamo pochissimo accesso a differenti approcci economici. L’attenzione nel presentare una prospettiva non pregiudiziale è ancora più importante in un corso introduttivo”.

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La rivendicazione di un approccio meno paradigmatico è di per sé lungimirante, oltre che ovviamente condivisibile; ma l’appello al pluralismo da parte degli studenti è ancora più pregnante per i motivi che lo ispirano: il punto di vista che viene insegnato, si legge ancora, “perpetua sistemi inefficienti e problematici di economia dell’ineguaglianza nella nostra società di oggi.” Tanto più che “gli studenti di Harvard giocano un ruolo centrale nelle istituzioni finanziarie e nell’indirizzare la politica economica in tutto il mondo.”

 Anni fa, in pieno Sessantotto, il filosofo della scienza Paul Feyerabend argomentava dall’università di Berkeley che mettere a tacere punti di vista differenti da quelli dominanti significa rapinare il genere umano della possibilità di avvicinarsi alla verità. Per questo la scienza andrebbe organizzata per generare continuamente alternative, dare forza alle anomalie e stimolare la controversia. Lui lo chiama principio di proliferazione: “Inventa, ed elabora teorie in contraddizione con il punto di vista dominante, anche se questo è generalmente accettato e ben confermato”. Non c’è niente da temere dalla competizione tra le idee, quello che ci deve fare paura sono il conformismo e la stagnazione. Non solo la scienza andrebbe organizzata in questo modo, ma anche le istituzioni che la ospitano e per Feyerabend, come noto, la società intera. È bello che sia un gruppo di studenti a ricordarcelo.

 Economisti in cerca di ispirazione

 L’analisi teorica gode ancora oggi in economia di un prestigio sproporzionato che non trova riscontro in nessun altro ambito di ricerca scientifica avanzata. La scienza non può limitarsi a un’ elegante “rappresentazione” della natura, deve essere anche in grado di intervenire su di essa, confrontarsi con l’evidenza, e provare la propria efficacia. Del resto, riequilibrare il rapporto tra teoria ed evidenza è un’esigenza avvertita non solo dagli “scribacchini accademici” e dai loro studenti, ma soprattutto da chi le mani sulle leve della politica monetaria le ha per davvero.

 È nientemeno il caso di Jean Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea dal 2003 al 2011 (prima di consegnarla a Mario Draghi), il quale poco prima di lasciare la presidenza lanciò un grido di allarme: “Come responsabile delle politiche in tempo di crisi, ho visto che i modelli [economici e finanziari] a disposizione fornivano un aiuto limitato. Anzi, vado oltre: affrontando la crisi, ci siamo sentiti abbandonati dagli strumenti convenzionali”.

Anche Ben Bernanke, Chairman della Federal Reserve, intervenendo recentemente a un convegno sul tema degli indicatori economici e della misurazione del benessere ha mostrato di avvertire la stessa urgenza, chiedendo “un maggiore riconoscimento da parte degli economisti dei contributi della psicologia, un’area che è stata misurata da pionieri come il premio Nobel 2002 Daniel Kahneman”. Nel suo intervento sottolinea l’importanza “di una disciplina che si situi alla frontiera tra scienze economiche e psicologiche quali i fondamenti neurologici delle decisioni umane, che includono le decisioni fatte in presenza di rischio o incertezza, scelta intertemporale e scelte sociali”.

“I ricercatori” ha continuato Bernanke “stanno investigando le tendenze dei comportamenti in una varietà di circostanze – ad esempio, esaminando le risposte umane alla percezione di ineguaglianza, perdite, rischi e incertezze, alla necessità di autonomia, e all’importanza del benessere della comunità e dei legami sociali. Per esempio, le ricerche sulle immagini prodotte dal cervello hanno mostrato differenze nelle regioni del cervello che si attivano in risposta alle perdite e ai guadagni – una chiara manifestazione dell’‘avversione alle perdite’ provata nei recenti studi comportamentali in economia e psicologia.”

Non diversamente, Trichet aveva auspicato “una maggiore ispirazione per la scienza economica dalle altre discipline ad altre materie – fisica, ingegneria, psicologia e biologia – per cercare di spiegare i fenomeni accaduti.”

Ispiriamola allora!

Commenti

Sarebbe auspicabile non solo come dice Trichet "..Una maggiore ispirazione per la disciplina economica dalle altre scienze -fisica, psicologia, ecc.- per cercare di spiegare i fenomeni economici."
Tuttavia aggiungo subito che a suo tempo mi colpì assai maggiormente una dichiarazione dell'ex Commissario Europeo J.Delors, il quale non accettò una candidatura o di concorrere per una importante investitura pubblica, spiegando con rara franchezza (cito a memoria, ma sostanzialmente):
" Non posso accettare perchè non sarei in grado di mantenere le promesse, di cambiare significativamente alcunché..".
Ringrazio se pubblicherete le parole di J.Delors.

Matteo Motterlini ha una straordinaria capacità di presentare nuovi paradigmi al senso comune pur rispettandone la correttezza scientifica. Ho regalato i suoi due libri di divulgazione sul tema a diversi amici che si sono fatti una rappresentazione mentale corretta dei temi trattati. Mi permetto solo di fare un appunto metodologico. Mi pare che il suo focus sia troppo limitato ad aspetti cognitivi individuali e che si tenda a trascurare sia la cognitivitá gruppale che in generale l'influenza sociale ( dalla Social Cognition alle rappresentazioni sociali di Moscovici).

@luigi fair enough

Motterlini non è solo a pensarla così. C'è chi, noi, va anche più avanti facendo ricerca e incapsulando tali approcci un strumenti operativi di uso immediato. Perchè dunque limitarsi agli articoli e i libri? Perchè no stimolare il mondo degli operatori, le società di consulenza in primis, a diventare fornitori di "nuove conoscenze" per risolvere i problemi che ci attanagliano?

Ad es. anche su IlSole24Ore, un paio di settimane fa sono state pubbblicate alcune nuove idee economiche. D'altronde non passa giorno senza che sui media locali, nazionali, internazionali, echeggino opinioni, suggerimenti, tesi, ipotesi e.. quant'altro.
Eppure, sembra avere lo stesso medesimo effetto delle idee del Nobel di turno.. Insomma tutto continua come al solito.
Sembra proprio che ci sia già chi ha pensato e deciso per tutti..
Il resto in fondo sembra avere e svolgere lo stesso ruolo che hanno le ballerine in questo o quello spettacolo di intrattenimento televiso..
Sbaglio..:o)?

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