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A proposito di evidenza neuroeconomica: il piacere di punire per il bene comune

Riprendo qui uno scambio con un lettore del Domenicale: 

Ci sono esperimenti neuroeconomici che mostrano che siamo molto meno avidi e molto più solidali, altruisti e cooperativi di quanto assumano i tradizionali modelli economici. In alcune circostanze siamo addirittura disposti a pagare di tasca nostra pur di punire chi si “comporta male”, in violazione cioè di una norma sociale. Pronti a subire un danno economico pur di non subire un danno morale. Ma la cosa curiosa è che questa “punizione altruistica” (cioè per il bene comune) ci dà persino piacere. È cioè gratificante di per sé, come mostra l’attivazione di specifiche aree cerebrali deputate al computo delle ricompense. Non solo, ma più intensa è l’attivazione e maggiore la disponibilità a sopportare costi più alti pur di punire chi, poniamo, abbia tradito la nostra fiducia o non abbia cooperato quando avrebbe dovuto. Altro che calcolo puramente economico ed egoistica massimizzazione della propria utilità!

Si noti però questa sottigliezza. Da un punto di vista biologico, un'azione è altruistica se ha un costo per l’individuo e conferisce benefici alla collettività – indipendentemente dalla volontà di fare bene agli altri. In questo specifico senso, il nostro cervello agisce in modo effettivamente altruistico, esso reagisce per punire chi tradisce la cooperazione, e quindi induce l’individuo punito a cooperare di più con gli altri in futuro. Ma la chimica del cervello mostrerebbe che non lo fa per nobili motivi etici e alti ideali; piuttosto per una propria (egoistica!) gratificazione viscerale. Un notevole vantaggio evolutivo se ci si pensa.