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Corteccia prefrontale: razionale, troppo razionale

Alcuni ritengono che gli esperimenti di neuro-immagine non scoprano nulla di nuovo (“il cervello non spiega chi siamo”) e che per la massima parte si limitino a riprodurre fenomeni comportamentali ben noti, resi solo più sexy da fette di cervello colorate, ma di fatto senza aggiungere granché in termini di spiegazione di come funzioniamo. In parte è così, ma non sempre.

Insieme a Martin Monti  – a cui devo quasi tutto quello che so di neuroimaging e nel cui LAB  lavoro qui alla UCLA – ho recentemente documentato un caso interessante per il Domenicale.

Ecco l’essenziale:

 Immaginate di fare le vostre puntate in un gioco paragonabile alla roulette, opportunamente distesi dentro uno scanner di risonanza magnetica, in modo che vi si possa osservare il cervelllo. Un’ intensa attivazione della corteccia prefrontale sinistra “confessa” che siete caduti nella trappola dello scommettitore, vale a dire che punterete sul nero dopo una sfilza di cinque rossi. Ma stabilita la correlazione tra corteccia prefrontale e ragionamento fallace è possibile verificarne anche il nesso causale? In questo caso la risposta non si può cercare dentro allo scanner, ma con una tecnologia diversa: la stimolazione transcranica con corrente diretta. I ricercatori hanno quindi somministrato ai soggetti una serie di impulsi eccitatori su quell'area, e verificato che una l’eccitazione della corteccia prefrontale determinava scelte di gioco fallaci in ancora maggior misura.

Un colpo bassissimo per una delle aree regine delle nostre facoltà cognitive.

La lezione che ci viene dalle pionieristiche neuroscienze dell’irrazionalità è niente affatto scontata. Che la nostra mente non traffichi efficientemente con l’incertezza e la teoria della probabilità è ben noto; ma che ciò avvenga a causa di quelle stesse aree cerebrali che più ci distinguono dagli altri mammiferi è sorprendente. La corteccia prefrontale sinistra infatti è cruciale per permetterci di creare ipotesi e modelli predittivi di come funziona il mondo, una qualità evolutivamente utilissima per rispondere flessibilmente e dinamicamente a un ambiente complesso e in costante cambiamento. Eppure, è essa stessa a produrre il baco cognitivo: esito di una risposta “male adattiva” in cui estendiamo illegittimamente la nostra peculiare capacità di cogliere regolarità là dove, appunto, regolarità non ce ne sono. Un errore, per così dire, di sovra performance o di iper-razionalità. Siamo tanto ossessionati dall’ordine – in quanto ci permette di semplificare i dati e orientarci nel flusso di informazioni che ci avvolge a ogni istante – che spesso finiamo per vedere ordine anche dove ordine non c’è. Scivoliamo così in letture della realtà che sono pregiudiziali, se non perfino superstiziose e mistiche. Il punto è che per la nostra corteccia prefrontale convivere con il caso è difficile. E quindi vorremmo che anche il caso sottostesse alle nostre regole. Caspita sono usciti cinque numeri neri, il prossimo non può non essere rosso! Ma non è così; ora anche grazie alle neuroscienze cognitive, sappiamo che il caso ha delle ragioni che la ragione non vuole (ri)conoscere.